
Siamo al delirio giornalistico!.
In questo articolo su Repubblica hanno raggiunto il parossismo della tecnofobia: hanno fatto il nome di Facebook nel titolo di una notizia in cui Facebook c’entra, a dir molto, marginalmente. Leggete e giudicate voi…





Premesso che sono sempre contrarissimo ad ogni criminalizzazione di Internet in generale e dei social network in particolare in quanto mezzi o strumenti, non so se l’articolo sia stato aggiornato rispetto alla pubblicazione di questo post, ma di tecnofobo io ci vedo più che altro il titolo (condizione spesso sufficiente – purtroppo – a veicolare il pensiero del lettore verso pensieri nebulosi).
Potrebbe sfuggirmi qualcosa, ma mi pare che nel testo sia stata circostanziata l’origine del “fattaccio”, ossia la gelosia scatenata da un contatto avvenuto su Facebook. Se la cosa fosse avvenuta in una piazza o in un locale pubblico, l’autore ne avrebbe dato conto senza implicare la criminalizzazione della location: per questo motivo, a mio avviso, al giorno d’oggi e con il crescente diffondersi dell’utilizzo della Rete, i giornalisti devono mettere i lettori nelle condizioni di considerare in modo neutrale il fatto che (per fare un esempio legato a questo caso specifico) un contatto sia avvenuto tramite un social network, cosa che non comporta nulla di diverso rispetto a qualcosa che si sia verificato al di fuori della Rete.
Concordo con Dario B.
Gli esempi di “giornalismo tecnofobo” sono altri. Il titolo dell’articolo è davvero osceno (cosa fa capire? nulla) ma il resto è una cronaca abbastanza onesta.
E’ vero: chi scrive sui giornali ha una missione, raccontare i fatti. La rete e social networks come FB permeano la nostra vita, abituiamoci a sentirne parlare come di qualsiasi altra cosa.
Questo articolo non criminalizza Facebook, semplicemente lo rende parte della vicenda, ma senza alcun “capo d’accusa” perché non c’è alcun motivo di criminalizzarlo.