Face buc

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May 28th
Marco Camisani Calzolari
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Letteralmente il buco di FaceBook. Si tratta di una sorta di buco nero che risucchia per sempre i dati e le future relazioni con I pubblici che vengono orientati presso piattaforme di proprietà di terzi.

In buona sostanza Facebook, Myspace, YouTube, etc. sono degli ottimi aggregatori intorno alle singole peculiarità che erogano, ma in cambio dell’apparente filantropia digitale, si tengono la proprietà dei dati di chi crea un account presso di loro. Non è una questione di privacy in senso stretto, ma molto più semplicemente legata alle email o al concetto di account più in generale, quindi il vero valore degli utenti.
Un valore che consiste sia nell’indirizzo email, che viene perciò ceduto al social web di turno, sia all’account, ovvero quella combinazione di login/password che per molti rappresenta l’accesso a un luogo dove sono contenuti i propri testi, i propri video, le proprie azioni…

Le azioni di marketing che devono intraprendere le aziende richiedono numerosi strumenti web. Inoltre ogni sei mesi nascono nuovi strumenti ed è economicamente oneroso adottarli tutti. Per queste ragioni si preferisce “sperimentare” utilizzando quanto la Rete offre gratuitamente. Facebook, YouTube e tutti I loro cugini rispondono apparentemente a questa esigenza.

Creare un canale su Youtube non costa nulla e offre qualcosa di straordinario: una television sui generis, comprensiva di strumenti partecipativi perfettamente usabili, che rispondono alle esigenze di un utente “moderno”.

Perché preoccuparsi quindi?

La ragione sta nel fatto che in cambio di quella magnificenza i “filantropi digitali” si tengono il vero valore che rimane: l’account e gli eventuali dati dell’utente.

E’ uno scambio che a volte può essere equo o a vantaggio dell’azienda che ne fa uso.

Tuttavia è necessario che il manager ne sia consapevole. Che ogni volta, prima di aprire un gruppo su Facebook o un canale su Youtube si chieda se l’operazione sarà vantaggiosa in termini di marketing, sia nel breve, sia nel medio/lungo periodo. Ci sono infatti casi in cui apparentemente a breve sarebbe troppo costoso creare una piattaforma propria per aggregare gli utenti intorno ad una campagna di breve durata. Tuttavia nel lungo termine quegli utenti potrebbero essere coinvolti in altre iniziative, magari avvisati via email di un nuovo prodotto, e nel canale su Youtube gli indirizzi email dei “vostri” utenti non sono accessibili.

Conoscere a fondo le peculiarità di ogni singolo strumento, sia dal punto di vista delle funzionalità, sia da quello dell’economia di marketing, è quindi fondamentale.

Non bisogna farsi influenzare dale mode: l’anno scorso era l’anno di Second Life, quest’anno è quello di Facebook… L’anno prossimo sarà forse quello di aziende che a pagamento cercheranno di recuperare I “vostri” utenti che avete volontariamente gettato nelle braccia di altri?

Non è ovviamente solo un “problema” di Youtube e Facebook. Qualsiasi piattaforma web di proprietà di terzi ha potenzialmente lo stesso problema.

Fareste mai il sito aziendale presso terzi? www.nomediterzi.com/vostrosito ?
Avete acquisito la percezione che il sito aziendale è qualcosa di vostro, un asset importante che non può stare presso terzi. Così come molte aziende hanno deciso di ospitare il proprio blog su una piattaforma dedicata piuttosto che utilizzare i vari servizi gratuiti offerti da terzi, la stessa riflessione dovrebbe essere fatta sulle piattaforme di video sharing, social networks, etc. Scegliere il self-hosted, ovvero la gestione in proprio, sui propri servers, è un’alternativa da prendere seriamente in considerazione ad ogni nuovo prodotto che vede l’azienda coinvolta in qualsiasi operazione web-based. Il self-hosted può essere gestito direttamente dall’area IT dell’azienda stessa, oppure fornito da terzi con cui si è stipulato un contratto diretto. L’importante è rimanere proprietari dei dati e degli account degli utenti che veicolerete sul web.

Back home! “Tornate a casa” è il motto del 2009.

(pubblicato su ADV)

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