Sono anni di grandi trasformazioni. Il digitale sta cambiando il mondo, ma soprattutto l’economia.
Le influenze dei nuovi media partecipativi si stanno facendo sentire in tutte le filiere, dalla piccola alla grande impresa.
E’ un cambiamento che pone le basi sui segnali deboli e sul principio della coda lunga. Chi prova a comprenderlo con gli stessi occhi di prima vede poco o nulla.
Il “mondo veloce“ è una sorta di virus economico che sembra programmato per spazzare via le vecchie logiche e i vecchi paradigmi. Un germe discreto dal fare logaritmico, che inizia il suo lavoro sulla coda lunga, silenziosamente e imprecettibile.
Chi si chiede quale sia, nel “nuovo”, il modello di business prevalente o più grossolanamente “come si guadagna con Internet”, non ottiene risposte esaustive. Questo confonde i meno preparati al cambiamento, specie le grandi aziende che prestano interesse solo ai grandi numeri e non sono strutturate per vedere i piccoli, ma pervasivi, cambiamenti.
E’ un processo apparentemente lento perché colpisce l’atteggiamento dei singoli individui/consumatori/spettatori, e li trasforma in singoli gateway molto potenti, capaci di veicolare dall’informazione ai prodotti stessi. Si pensi a eBay, che non solo modifica l’intermediazione tradizionale del processo di acquisto, ma promuove il consumatore a distributore. In un qualsiasi negozio che vende musica online, se si prendono come campione i 10 mila titoli più venduti, il 90% di questi viene acquistato o affittato almeno una volta al mese. Il 25% delle chiavi di ricerca su Google non era mai stata cercata prima. Tutto questo rappresenta un’evoluzione del principio di Pareto, per cui la maggior parte degli effetti è dovuta ad un numero ristretto di cause, perché oggi in sostanza c’è mercato per tutto.
Il virus economico porterà a un rovesciamento per cui chi prima era leader del mercato, non lo sarà in futuro se non cambierà radicalmente la propria filiera e i relativi vecchi attori.
I costruttori di carrozze non sono stati gli stessi che hanno poi prodotto le automobili, così come l’industria musicale, precedentemente nota per la solidità e l’impenetrabilità, ha sottovalutato la Rete e in pochi anni ha ceduto a Apple la leadership nella distribuzione senza rendersene conto.
Una sorta di global warming dell’economia che con la sua apparente lentezza lascia riposare tranquillo chi non vuole intraprendere il cambiamento radicale, ma che col suo incedere si ripresenterà presto con il conto.
L’agente patogeno del “mondo veloce” sembra che abbia una missione darwiniana capace di eliminare dal mercato i meno capaci, specie chi negli ultimi anni ha vissuto presuntuosamente senza imparare nulla di nuovo. Sono molti i manager che lavorano nell’immobilismo di chi non ha bisogno di cambiare, tra questi i peggiori sono quelli che scientemente non vogliono il cambiamento perchè questo evidenzierebbe la loro inadeguatezza. Una versione moderna della celebre favola di Esopo, in cui per giustificare la propria incapacità nel raggiungere un grappolo d’uva che avrebbe voluto cogliere, sosteneva che non fosse ancora sufficientemente matura. Mai come oggi la sopravvivenza di un’azienda è in mano alla propria presidenza. Proprio come nei telefilm americani di spionaggio in cui si sprecano dietrologie e cospirazioni, è solo il presidente che può rimettere ordine, purché sia capace di valutare la reale adeguatezza dei propri managers nella guida al cambiamento. Certo è che se il presidente si fa controllare le email dalla segretaria, sa va sans dire, il destino dell’azienda è segnato.
Nel futuro prossimo non si potrà guidare un’azienda o un’area senza vivere in formazione continua. Sarà necessario utilizzare gli strumenti giusti, avere per esempio un aggregatore personale con tutte le fonti correlate al proprio settore, senza il quale sarà impossibile competere in quanto incapaci di comprendere il contesto e le sue evoluzioni. Un po’ come se nei primi del ‘900 fossero già disponibili i telefoni e le automobili e la maggior parte degli imprenditori avesse avuto la presunzione di non inserirli nei processi aziendali. E’ evidente che anche i più solidi avrebbero ceduto in favore di giovani signor nessuno che però viaggiavano veloci su quattro ruote a motore e comunicavano tra loro via telefono. Uno scenario accarezzato dal Marinetti e dai Futuristi di quel periodo, ma molto attuale per chi vede nella similitudine una lettura realistica del presente.
In tutto questo c’è chi cerca di aggiungere rumore alla confusione. Specie chi professa il nuovo ma poi non ha risposte concrete. Amici lettori, sappiate che le risposte concrete ci sono, gli strumenti pure. Non sono standardizzati come lo è un business plan per la filiera dei tondini di ferro da 1,5”, ma di certo esiste un nuovo modello su misura per il vostro business, capace di fare amicizia col temuto virus, sino a farlo diventare il vostro migliore alleato. Ai più non sarà sfuggito quanto un cambiamento così radicale possa rappresentare una grande opportunità per chi precedentemente non aveva i mezzi per competere contro l’establishment consolidato.
A chi invece pensa di avere ancora tempo per cambiare, ricordo che la tendenza con cui si sta diffondendo il cambiamento è logaritmica e che il cambiamento è iniziato solo 5 anni fa e. Se non avete in programma di andare in pensione nei prossimi 5 anni, prendete in seria considerazione quanto detto, perché per allora il cambiamento sarà compiuto.





Bel post, bravo Marco. Lo dovrebbero leggere tutti e intendo proprio tutti, 6.704.845.726 di persone.
Caro Marco, condivido tutto!
E aggiungo un piccolo esempio.
All’ultimo convegno nazionale di turismo (dove ho conosciuto @Ettore) si è parlato molto di turismo e web.
Ebbene a sei giorni dalla nomina di Matteo Marzotto alla guida dell’ENIT, la struttura organizzativa sul sito non è stata ancora aggiornata e risulta ancora Paolucci il presidente. Si tratta di una piccola cosa che però, se non fatta, assume significati impliciti pesanti nel “mondo veloce”.
Se l’attore che dovrebbe guidare un già difficile cambiamento culturale e tecnologico verso una maggiore prenotazione online (il che significa aggiornare in tempo reale le disponibilità) non avverte l’importanza di queste “piccole cose”, di questi “segnali deboli”, diventa veramente difficile, anche secondo me, avviare qualunque tipo di cambiamento.
Come hai ragione, Marco! Proprio da poco ho avuto un’esperienza con un mio cliente (agenzia di traduzioni) che voleva un blog aziendale. All’inizio diceva di volerlo fare, e partendo alla grande. Non solo, voleva anche l’esclusiva – e cioè che io non facessi lo stesso lavoro per i suoi concorrenti – e diceva di essere disposto a pagare qualsiasi prezzo. Poi, quando ho presentato una sorta di accordo previo al contratto, giusto per iniziare i lavori preliminari, mi ha detto che aveva bisogno di “confini”. Confini? Su internet?
Ok, sono andata a trovarlo di persona, ho sentito le perplessità del socio, ho scritto un progetto molto chiaro che potesse aiutarlo ad aprirsi (e che desse una sorta di “confini” di riferimento), mi sono proposta come Internet PR per gestire la cosa (visto che loro non sembravano in grado di farlo da soli). Dopodiché si è tirato indietro. Prezzo alto, dice. Impegno che non è pronto ad assumere, non è del tutto convinto. E sì che è anche aggiornato, con tanto di letture su long tail & so on.
Certamente meglio non fare una cosa, piuttosto di farla male. Ma poi? Molti pensano che per partecipare alla famosa “conversazione” basti aprire un blog e, forse, rispondere ai commenti. Hanno paura, però, dei commenti negativi. Al punto che pensano perfino alla possibilità di non abilitare i commenti. Alla faccia del dialogo!
Va bene, ce n’è per tutti i gusti. Staremo a vedere come evolve l’economia, è una macchina lenta e, talvolta, burocratica assai.
@Roberta,
si, è molo difficile… diamoci da fare e perseveriamo…
@Mariela,
beh, il tuo cliente è già evoluto…
Devono però ancora capire che il Nuovo Web è più pervasivo di quanto pensino.
Le vecchie web agency a volte fanno danni. Per esempio quello di spacciare per semplice e non invsiva l’introduzione dei nuovi strumenti, altrimenti non glieli comprano… Poi i risultati sono pessimi e pensano sia colpa del settore, non di quei faccendieri che popolano le aziende del web in italia.
Nel mio piccolo posso portare a supporto della tua tesi alcuni colloqui di lavoro che ho fatto.
Sto terminando l’università per una laurea triennale in marketing e sono realmente convinto che internet rompa gli equilibri e che la velocità del cambiamento portato dalla rete non stia rallentando e che il fenomeno stesso non sia destinato a fermarsi.
Nel parlare con i responsabili delle risorse umane di long tail, adv contestuale, ugc, coporate blog, social media, e così via, non ho riscontrato una grande apertura verso questi temi, che sono stati controargomentati con una vena di scetticismo e un tono che lasciava trasparire un messaggio del tipo “Massì, è secondario”.
Trovo che sia una mancanza di veduta di medio/lungo periodo credere che, nel settore dei servizi e dei prodotti B2C, internet sia un fattore secondario per lo sviluppo e il business della propria azienda; mi chiedo se l’unico modo per fare capire il messaggio sia il classico “sbatterci la testa” raccogliendo i pezzi e tentando di rimetterli insieme quando sarà troppo tardi.
Be’ è un virus per niente nuovo. In fondo qualsiasi attività capitalista per definizione deve prepararsi a fronteggiare la mutevolezza degli eventi. Purtroppo la maggior parte del capitalismo non è tale, è più un sistema parassitario che cerca di sopravvivere non cogliendo il cambiamento ma cercando di arrestarlo.
Condivido in pieno la necessità di darsi la sveglia…