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Sono un esploratore digitale che per vivere vende le esperienze delle proprie esplorazioni e i prodotti che quelle esperienze mi fanno realizzare.
La mia filantropia digitale trova sfogo nel blog, in attività politiche come Cittadini Digitali e quotidianamente con chi incontro, attraverso consigli, racconti e opinioni.
Prendere per poi dare è il mantra che sembra definire le logiche del nuovo web partecipativo. Google è un colosso finanziario che di fatto interpreta quella logica; pensate ad Adsense.
Tuttavia più passa il tempo e più mi accorgo che la mia trasparenza diventa sempre meno “elastica”, così come il mio cristallino per cui ora porto gli occhiali sia “da vicino”, sia “da lontano”.
Ho sempre più clienti di cui non posso raccontare nulla, o molto poco. A volte firmo un non-disclosure-agreement per cui non posso dire nemmeno chi è il mio cliente. Oppure perché abbiamo realizzato una campagna “virale” unofficial. Vuoi perché mi raccontano cose riservate. Vuoi perché facciamo accordi per cui fornisco in white-label (senza marchio) le mie piattaforme. Vuoi perché c’è di mezzo la politica, la borsa o i concorrenti, sono sempre meno le occasioni che mi permettono di dire le cose come stanno; o come penso che stiano…
Ho clienti concorrenti tra loro e posso sempre meno dire che mi piace quel produttore di software rispetto a quell’altro, o quell’operatore di telefonia rispetto a quell’altro. I miei clienti ovviamente leggono il mio blog… A volte perché è fisiologico, altre perché sono io che (!!!!) gli ho installato un aggregatore con dentro il mio feed o ai meno digitali ho attivato un RSS to email.
Insomma, il ginepraio del “cosa posso dire” si infittisce sempre di più.
Rimangono le opinioni generiche, ma anche quelle sono inquinate da quel che so e che non posso dire. In altre parole opinioni che se espresse lascerebbero trasparire quel che non posso dire. (contorto vero? Aleno quanto il problema).
Tutto questo condito da buzz su di me che spesso non corrispondono al vero ma su cui non posso replicare (o solo in parte) per le ragioni di cui sopra, e hquel che è più faticoso, ovvero la mia natura che tende a farmi esternare senza filtro.
Biasimatemi pure, ma non sono l’unico ad avere questo “problema”.
Se questa non è trasparenza!





Lavorando nel marketing sperimento anche io un certo “abuso giustificato” di NDA.
Ti capisco e condivido le tue considerazioni.
Sarebbe bellissimo poter condividere le esperienze positive o spiegare meglio il perché di certi risultati (positivi o negativi che siano). Soprattutto perché penso farebbe crescere la qualità della domanda.
Purtroppo, proprio per il protezionismo delle best practices, i clienti a volte ci chiedono di non essere neppure citati.
Finché era un problema di referenze si sopravviveva. Quando invece si vuole dare qualità alle proprie teorie o semplicemente raccontare qualcosa di valido all’interno proprio blog o in convegni/barcamp/ecc. si perdono tante occasioni …soprattutto per chi ascolta/legge e non può “crescere”.
Il tuo pensiero mi ha fatto venire in mente il famoso aforisma di George Bernard Shaw «Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.»
Di tutti gli argomenti che affronti credo che la tua presa di posizione in politica, di cui ti ringrazio per cio’ che mi riguarda, non debba rientrare in questo paradosso.
Esprimere un’opinione politica non puo’ essere elemento condizionante nell’attivita’ professionale.
Al contrario io credo che si debba apprezzare chi trasparentemente dice come la pensi e non demonizzare chi collabori con una forza politica.
Nel 1952 esce “The space merchant” di F.Pohl, un libro di Sci-fi che racconta di un mondo, posto ai nostri giorni, dove i padroni di tutto,a cnhe dei governi, sono le società di advertising, quelle che decidono dove allocare la pubblicità, che scatenano vere e proprie guerre (ed altre porcherie) per conquistare un contratto.
La stampa e la TV si sono adeguate da tempo a questo diktat ed, infatti, si pubblica solo quello che è in sintonia con con le logiche degli inserzionisti (e degli azionisti) dei media.
Il web, che vive esclusivamente di pubblicità, non poteva non adeguarsi alla logica che vuole che la libertà di stampa non si fermi più alla volubilità del direttore-tiranno-chiosatore ma, molto più prosaicamente alle esigenze dell’ufficio marketing.
Il futuro, che molti credevano più libero grazie alla spinta dal web, si sta trasformando in un sistema molto (subdolamente) controllato dove i motori di ricerca ci scodellano solo quello che vuole la pubblicità.
E nemmeno i blog scampano a queste logiche, perchè il fatto che alcuni blogger fanno il pieno di audience dice che la massa, anche in tema di discussioni, preferisce avere luoghi e interlocutori preferenziali ed abituali, ripetendo anche sul web la formula di portare i cervelli all’ammasso monotematico.