Lo stucchevole 2.0 (da Nova)



A partire da oggi renderò disponibili sul blog alcuni miei articoli pubblicati precedentemente su Nova Il Sole 24 Ore:
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Le definizioni di Web 2.0 non si contano più. A partire dall’originale, quella di Tim O’Reilly, che nel 2005 ne ha registrato il marchio, sino a quelle nostrane, hanno tutte in comune la dichiarata incapacità di descriverne il significato reale. Tutti convengono sul fatto che la definizione “Web 2.0” contenga elementi eterogenei: dalle piattaforme tecnologiche, alle modalità di accesso, a quelle di fruizione, sino a elementi grafici caratterizzanti.
Dal 1995 ho adottato il nick name 1.0, che per dieci anni ho portato anche nella vita reale. Poi proprio quando ho abbandonato il vecchio nick per tornare ad indossare il mio nome e cognome originale, troppo analogico, troppo blasonato e soprattutto troppo lungo per il Mondo Veloce, è uscita la nuova release. In poco tempo il suffisso duepuntozero è stato aggiunto a tutto ed è diventato rappresentativo del “nuovo” in senso più ampio e soprattutto molto modaiolo.

Tanto geniale quanto semplice, è arrivato quando c’era bisogno di aria nuova. Dopo cinque lunghi anni di purgatorio post new economy si è candidato come pietra filosofale. Basta aggiungere 2.0 e anche il più statico e inusabile dei siti diventa innovativo. Se poi si dichiara, in un fumetto a forma di lampo, anche lo stato di “beta”, ovvero non ancora rilasciato definitivamente, si può anche contare sull’attenzione dei media.
Un turbinio che sta rendendo quel termine stucchevole e lo sta privando dei suoi veri significati, peraltro già in origine poco afferrabili intuitivamente.
Un mondo complesso, ma troppo spesso definito con quella semplicità che se da una parte fa bene al settore, dall’altra rischia di ricreare le condizioni che hanno permesso la bolla del 2001.
Come sapete la ragione principale dell’hype di quegli anni fu la scarsa conoscenza del mezzo unita alla contemporanea grande confusione che regnava tra gli imprenditori e i manager protagonisti di quel fiume in piena. Dall’economia degli atomi si era passati a quella dei bit e tutto ciò che iniziava per www sembrava assumere valore solo per questo. Alla base c’era la diffusa incapacità di valutare le reali peculiarità e potenzialità di ogni singolo sito o piattaforma.

Se il mondo “www” ha fatto male a chi lo ha sopravvalutato semplificandolo, il mondo “beta” rischia di far male a chi lo sta sottovalutando banalizzandolo.
Vedo aziende dannarsi per avere un sito 2.0, un forum 2.0 o un blog 2.0. Le web agency sono sommerse di richieste di aziende che vogliono rinnovare i propri siti in stile 2.0. Partecipo a riunioni in cui i manager si chiedono quanta dose di 2.0 mettere nel restyle del sito, pensando che sia un modo per misurare il grado di innovazione che pensano di poter annunciare al proprio pubblico che improvvisamente dovrebbe diventare partecipativo. I messaggi vanno bene, ma se poi sono negativi? “Chiudiamo i commenti” è la soluzione più frequente. Altri chiedono come si fa a ripulire i messaggi negativi sugli altri siti. Altri ancora si chiedono se i propri utenti siano 2.0 oppure no…
Un’attenzione troppo generica e distratta, che deprezza le reali potenzialità degli strumenti che invece integrano e completano tutte le aree e le attività dell’azienda. Il web come piattaforma, o partecipativo, diventa molto performante quando si scelgono gli strumenti giusti e quindi si ottiene quel che di meglio possono dare: l’efficienza.

E’ infatti l’efficienza la caratteristica che rende straordinario il digitale di ultima generazione, specie se a parità di risultati la si confronta ai mezzi tradizionali. Una produttività che si ottiene a patto però che si utilizzino le modalità corrette. Altrimenti non si raggiunge alcun risultato.
Ed è questa la paura di chi come me si occupa di web e aziende. Perché in questi mesi sto vedendo grosse società che da un parte sentono il bisogno di innovare, ma dall’altra non hanno le competenze interne per scegliere consapevolmente. Sono già in corso i primi insuccessi dovuti a scelte sbagliate, spesso dettate da vecchi paradigmi che vedevano il web come una piattaforma tecnologica che una volta attivata doveva andare avanti da se e fare il proprio lavoro autonomamente. La vera difficoltà sta invece nell’integrare Internet con il resto dell’azienda, da chi si occupa del prodotto, dall’area marketing e comunicazione, sino alla distribuzione.
E’ nel passaggio da strumento esterno a interno che si trovano le maggiori resistenze da parte di chi vedeva il web come una soluzione e poi, se impreparato, si trova invece a gestire un nuovo problema. Alcune web agency spesso non aiutano perché non spiegano al cliente il reale impatto nei processi che comporta per esempio l’adozione di un blog, o qualsiasi forma di partecipazione alla conversazione che si crea intorno all’azienda o ai suoi prodotti, che lo si voglia o meno.
La risposta si trova nella formazione interna. Aggiornarsi e comprendere a fondo il significato della trasformazione in corso e conoscere ogni singola categoria di strumenti è la strada maestra per innovare e ottenere il meglio dal nuovo, senza creare i presupposti per un ulteriore boom/sboom da cui l’Italia, appesantita dal suo grande divario culturale faticherebbe a riprendersi.

Reader Comments

Totalmente d’accordo. Il Web 2.0 era ed è una convenzione per spiegare un insieme di concetti complessi. Oggi gli abusi del termine creano più confusione che benefici, non ci resta che abbandonare il termine.C’è chi non ha capito e c’è chi specula, come sempre. Il vero problema è quello di continuare a rimanere in superficie i cambiamenti in atto sono molto profondi e spesso non del tutto visibili.

E’ stata compresa la portata del cambiamento epocale che stiamo vivendo con ricadute a cascata sulla vita futura di tutti i giorni?
Certamente, come è menzionato nel pezzo, uno dei punti nodali è l’interfaccia del cambiamento con i processi interni alle aziende o, ancora più precisamente, con il grado di apertura e conoscenza del management di un’azienda…
Ma non è tutto quì. Il cambiamento epocale, che sinteticamente corrisponde ad un nuovo approccio condiviso della vita, va ben oltre: l’esempio dell’industria della motocicletta cinese o la miniera d’oro di red Lake citate in ‘Wikinomics’, il car sharing, l’house sharing, la partecipazione ai social network e il potere della condivisione in politica ( vedi l’esempio di Giuseppe Grillo, al di là dell’ accettazione o meno dei suoi metodi) stanno mutando (finalmente!), il volto della vita quotidiana e non solo quella dei modelli di business.
La parola casta la si usava per identificare una bellissima attrice francese ma d’ora in poi sarà semplicemente il logo della conservazione, con tanti saluti a chi ci rimarrà attaccato…

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