la “Questione digitale”: quando la tua vita dipende da Google
Robin Good vive di Google. Ha un magazine online di grande successo e i suoi guadagni provengono dagli annunci pubblicitari, prevalentemente quelli di Google adsense.
Google ha deciso di escludere i suoi articoli dai risultati delle ricerche e Robin ora è in grabde difficoltà.
I dettagli di quanto è accaduto a Robin sono nel suo articolo, io invece vorrei evidenziare quanto sia importante tutelare i cittadini digitali tanto quelli analogici.
Robin è un cittadino digitale perché passa gran parte del suo tempo online, guadagna e spende online. Questo fa riflettere anche su considerazioni correlate ai principi di residenza per cui è centrale il luogo in cui passi la maggior parte del tuo tempo ai fini delle tassazioni, della cittadinanza, etc.
Se un Robin analogico con rapporti analoghi, ma fisici avesse avuto un problema simile, ci sarebbe stata la possibilità di rivolgersi a qualche forma di legge, norma, ente, o associazione per difendere i propri diritti e comunque per tutelare un cittadino/imprenditore vessato da possibili ingiustizie.
Nel digitale non c’è nulla di simile.
Il cittadino che si rapporta con la società tradizionale, fisica, è tutelato dal buon senso comune quando mancano le leggi. Mentre il cittadino che vive nel digitale non può andare dalla Polizia o in tribunale e dire che Google lo ha eliminato dai risultati della ricerca, anche se questo potrebbe compromettere il sostentamento di una famiglia.
Credo che i governi dovranno darsi da fare per tutelare anche i diritti digitali, altrimenti la crescità sarà lenta e faticosa.
In Congo potete aprire un’azienda in 10 minuti e non dovete pagare tasse a nessuno. Purtroppo però correte il rischio di essere assaliti dalle milizie in ogni istante, senza che il governo faccia nulla a vostra difesa.
E’ ovvio che le aziende non investiranno mai in Congo sino a quando non saranno tutelate adeguatamente.
Lo stesso principio vale per la Rete. Sino a quando non saranno tutelati i diritti dei cittadini digitali, delle aziende, dei piccoli imprenditori che con la coda lunga sono destinati a crescere sempre di più, non si vedrà la vera crescita.
Robin è un esempio di grande coraggio. E’ l’unico italiano a vivere solo ed esclusivamente di web senza avere rapporti economici offline. Guadagna solo dalla pubblicità, dalla donazioni, e da tutto quel che providene da circuiti di affiliazione esclusivamente online. E’ un pioniere che rappresenta un mondo che da qui a qualche anno sarà parte di molti.
Oggi è successo che il suo modello sta tremando a causa del web ancora troppo giovane per tutelare i suoi diritti.
Non c’è uno stato che per esempio impone a Google, in un caso come il suo, di fornire spiegazioni esaustive entro 24 ore in quanto l’imprenditore Robin Good ha il diritto di conoscerne i motivi.
Non c’è un antitrust che verifichi le reali posizioni dominanti di un azienda nel mercato. Fa fatica quando si tratta di aspetti misurabili, come per esempio il fatturato, potete immaginare quanto siamo lontani da un ente che dica “Google ha una posizione dominante nel mondo partecipativo. La centralità del suo motore di ricerca nella nostra società rischia di generare un percorso senza ritorno in cui a breve non sarà nemmeno possibile scriverne in quanto qualunque messaggio potrebbe essere censurato (banalmente non indicizzato) dal motore di ricerca a cui la maggior parte dei cittadini fa riferimento per costruirsi un’opinione”.
Il nemico non è Google, ma stati e governi incapaci di “vedere” prospetticamente cosa sta accadendo nel mondo, che è sempre più digitale o connesso a doppio filo con esso.
Forse Robin ha torto e Google ha ragione, oppure Google ha torto ma ha il diritto di fare ciò che vuole perché nessuno gli impedisce di normare a piacere i prodotti che eroga. Forse è giusto così o forse no.
Una cosa è certa, è necessario che i governi si occupino al più presto della “Questione digitale”.






ipotizziamo un problema simile nel mondo fisico: pubblico un libro e praticamente lo vendo tramite una sola libreria. questa libreria tiene il mio libro ben in vista ed infatti ne vende parecchie copie. un giorno decide di mettere in evidenza altri libri, ed il mio va nello scaffale più nascosto della libreria. in quella libreria non vengono più venduti i miei libri e dato che è praticamente il mio unico canale di vendita, io non vendo più una copia del mio libro.
a quale legge, norma, ente, o associazione mi appello per tutelarmi? con quale giustificazione?
Stefano,
hai ragione, ma la Questione digitale si stende su altri aspetti.
Qui sono in gioco elementi meno misurabili e valutabili a posteriori rispetto al posizionamente di un libro su uno scaffale.
Nel digitale è tutto molto più complicato. Quello che sostengo è che non ci sono ancora leggi sufficienti a tutela del consumatore/impenditore digitale.
Gli accordi li sottoscrivono le persone e sono libere di scrivere cio che gli pare. tuttavia ci sono leggi a tutela di alcuni aspetti per cui se un accordo è contrario alla legge è un patto nullo anche se è stato sottoscritto privatamente.
dico che servono leggi simili anche per il digitale. Così come il libero mercato permette la creazione di qualsiasi azienda, l’antitrust ne limita l’operato quando questo va contro gli interessi generali.
Nell’articolo sostengo che se nel mondo analogico esistono sia leggi, sia facilità d’opinione diffusa, nel digitale non è così e creedo ci sia bisogno di porre rimedio.
Marco,
ho capito il senso del tuo post, ma non è un caso se ne ho quotato una singola parte
sulla Questione digitale in generale, che vuoi che ti dica. l’argomento è tanto interessante quanto importante, ma ho l’impressione che ci vorranno non anni, ma decenni, prima che si possa porre la questione in maniera equilibrata.
spero di sbagliarmi, ovviamente, ma se guardo, giusto per stare nel nostro orticello, alla comprensione che hanno i nostri rappresentanti di tutto ciò che riguarda la rete, preferisco addirittura che non ci mettano nemmeno naso.
e se usciamo dal nostro orticello, la situazione migliora, si, ma di quanto? la mia (superficiale, lo confesso) impressione è “non un granché”.
Stefano,
si siamo messi molto male anche all’estero.
Sì sì, però Robin ha violato in più punti il suo contratto con Google, per sua stessa ammissione. Se non gli stanno bene le decisioni di Google può rivolgersi alla giustizia ordinaria (ma chi gli darebbe ragione, siamo onesti), e se non ha calcolato il rischio d’impresa sono problemi suoi. Poteva anche pensarci prima di rischiare tutto usando pratiche al limite delle policy di Google. E’ come fumare nel tuo distributore di benzina: poi non ti puoi lamentare se esplode tutto e metterti a predicare che il fumo fa male perchè provoca gli incendi.
Condivido pienamente l’opinione sulla mancanza di qualcuno che metta una mano su chi ha dello strapotere.
Se posso permettermi, anch’io ho un paio di riflessioni…
http://www.dozarte.com/wordpress/2007/08/19/il-monopolio-di-google/
Sono d’accordo con Pierluigi: Marco ti batti da tempo per i diritti digitali ed una normativa efficace.
Però un antitrust del Web davvero non lo auspico: vada per nuove ed aggiornate norme ma credo che la filosofia della Rete sia proprio quella di scongiurare e non creare monopoli,nonostante Google sia ormai diventato alla stregua di quelli presenti nel mondo fisico.
Dario,
come sai sono l’autore di questo video http://www.youtube.com/watch?v=QgMOSB5yg_4
che ha come tema centrale l’esigenza di non avere regole e norme che arrivino dall’esterno. Tuttavia l’iperbole vuole che se il mondo è tutto digitale allora ci sia bisogno di norme “interne” capaci di tutelare i suoi cittadini.
Tra queste credo serva anche una sorta di antitrust del web.
Google è un’impresa privata, non un ente di beneficenza, quindi non esistono le premesse per un intervento “moratorio”. Da parte di quale entità, poi? Di fronte a quale autorità giudiziaria? Io spero che tu stia scherzando. E spero anche che la regolamentazione qui auspicata non trovi mai realizzazione.
Direi che RobinGood, anche lui un libero imprenditore, abbia semplicemente fatto male i calcoli, basando il suo business model solo sugli accessi derivanti da google (vedi anche il commento #4). È la tipica situazione del “single point of failure”, nulla di nuovo. Se poi non ha nemmeno rispettato le regole del gioco, come dice lui stesso e come giustamente sottolineato nel commento #9 a questo post, non ci sono gli estremi per creare un “caso”.
D’altra parte, cosa c’è di meglio di un bel caso alla “Davide contro Golia” nel bel mezzo del torpore agostano per aumentare un po’ le revenues afflosciate?
Marco,
Se antitrust ci deve essere, prima di mettere mano a Google o a qualsiasi altra zienda che gestisce i motori e alle loro policy, ci sarebbe da fare una RADICALE e SPIETATA pulizia contro gli spammer e i sedicenti SEO/SEM/markettari vari che infestano letteralmente i risultati di Google e degli altri motori, altrimenti nessun discorso ha senso.
Altrimenti decidiamo che Google è semplicemente uno strumento pubblicitario necessario alle aziende per far soldi e non un motore di ricerca per trovare cose utili e ce ne andiamo tutti a casa.
Personalmente sono stufo di sfogliare ogni volta 10 pagine di autentica immondizia prima di trovare quello che realmente mi serve (quando lo trovo).
Hai colto nel segno Marco, anche se devo dire che la discussione va avanti da un paio di anni. In pericolo non c’è solo Robin ma molte aziende con migliaia di lavoratori che operano sulla rete e che per una decisione unilaterale di Google possono trovarsi da un momento all’altro senza lavoro. Una buona legge antitrust che togliesse il “monopolio” a Google della pubblicità online e delle ricerche penso sarebbe un ottimo inizio. Se in rete ci fossero 10 motori di ricerca per spartirsi più o meno equamente il flusso pubblicitario il problema sarebbe minore, in sintesi: se Google non mi vuole, vado da un altro. La concorrenza aiuta il mercato, o no?
@Daniel: scusami, ma in concreto a cosa pensi quando dici “Una buona legge antitrust che togliesse il “monopolio” a Google della pubblicità online e delle ricerche penso sarebbe un ottimo inizio.”. che non possiamo usare il motore di ricerca che riteniamo migliore, ma quello che ci viene assegnato dalla spartizione di pani e pesci decisa da una legge antitrust? no perché, da come la metti tu, sembra quasi che tu potresti usare (magari addirittura controvoglia google) e io invece dovrei usare, per esempio, altavista…
@Pierluigi: scusami, ma quando ti riferisci ai “sedicenti SEO/SEM/markettari vari che infestano letteralmente i risultati di Google e degli altri motori”, a chi ti riferisci, di preciso? e soprattutto, perché ritieni non dovrebbero esserci?
inoltre, ti ricordo che Google non è un motore di ricerca per trovare cose utili, è una azienda che, per definizione, ricerca il profitto. caso vuole che cerchi profitto proprio offrendo i migliori risultati possibili (che non sono certo perfetti, ma intanto quelli di Google sono quanto meno i meno peggio).
per finire, se devi sfogliare 10 pagine prima di trovare quel che ti serve, dato che io non supero MAI la prima pagina per trovare quel che mi serve, mi vien da pensare che forse non sai cercare.
Nel mio post mi ero dimenticato di un “piccolo particolare”. Si può essere esclusi dall’indice di Google perchè non si sono rispettate le guidelines dettate dal motore di ricerca (spamming, cloacking, ecc). Risultato come sappiamo tutti e la chiusura o quasi della propria attività.
Google però permette in modo molto democratico che lo stesso sito possa comparire nuovamente nelle sue pagine ma questa volta a pagamento (AdWords). Se il mio sito non va bene per l’inserimento organico (non a pagamento) come può essere valido per l’inserimento pubblicitario a pagamento?
Interessante, no? E chiaramente senza che nessuno indichi la benché minima spiegazione dell’esclusione.
Il legislatore dovrebbe fa bene ad intervenire con norme serie. Se qualcuno opera in questo modo nel “mondo fisico” al minimo viene messo alla gogna da Striscia la Notizia.
E’ assurdo che in nel mondo internet dove la globalizzazione, la decentralizzazione sono parole must ci sia questo monopolio assoluto da parte di un’entità che se da un lato lodevole per il lavoro svolto gratificato dall’utilizzo di più del 90% dell’intera popolazione navigante dall’altro può determinare a suo piacimento la sorte economica (e dunque di vita) di persone che fanno di internet il proprio lavoro.
Non so come sia possibile risolvere questa problematica, ma è necessario farlo. Possiamo essere schiavi di Google, del pagerank e dei suoi risultati?
Pagare e farsi rovinare le vacanze: ADESSO BASTA!