Google e il paradosso della libertà
La vicenda di Robin Good ha suscitato discussioni e polemiche di ogni genere.
Totale.it scrive un bel post in cui ricorda quando Google sia il socio di maggioranza di qualunque business website e aggiunge il concetto di responsabilità sociale.
La libertà che ci offre il mondo partecipativo decentralizzato è in realtà effimera perché sembra dipendere dai paradigmi imposti da Google e non da quelli imposti dalla Rete.
Se Google decidesse di censurare qualsiasi campagna contro la posizione dominante di Google, il paradosso vuole che la campagna è come se non fosse mai esistita.
La causa credo derivi dall’umana predisposizione nell’emulare e seguire quel che fanno la maggior parte degli individui.
Prendete Skype. Sono dieci anni che è possibile parlare online senza il telefono tradizionale e senza spendere denaro. Ci sono sempre stati decine di applicativi che permettevano questo, tuttavia il fenomeno non era considerato rilevante poiché la natura umana sembra avere una sorta di ipotalamo che filtra le “code lunghe”, ovvero tutto ciò che non è percepito come di massa.
Quando arriva il fenomeno di massa che aggrega le nicchie allora viene stimolata la percezione di gruppo e di appartenenza.
La conseguenza però è di nuovo la centralizzazione e la convergenza presso una sola azienda o un solo prodotto.
Il risultato è che si perdono le caratteristiche originarie della Rete che la rendono libera, incontrollabile e appartenente a nessuno, trasfromandosi così in una semplice infrastruttura tecnologica che permette l’accesso a quel determinato appplicativo.
Infatti le recenti partnership tra YouTube e MSN coi principali operatori di telefonia che permettono l’accesso “flat” solo a quelle piattaforme con un piccolo costo mensile evidenziano quanto quello non sia Internet, ma singole applicazioni quasi estranee alla Rete.
In anni di grandi trasformazioni come questi non è facile avere un’opinione decisa su quel che si dovrebbe fare, ammesso che qualcosa si debba fare, perché tutto cambia come i Quanti: mentre li osservi sono già cambiati.
Credo però che si possa provare a fare uno sforzo immaginando l’iperbole o se volete il parossismo del problema.
Il mio pensiero politico si è formato con nonni borghesi ma monarchici da parte di madre, Marchesi di primogenia da parte di padre, mentre mio padre e mia madre erano fortemente liberali e sono riusciti a trasferirmi quei princìpi. Lo statalismo quindi non mi appartiene, tuttavia credo che in questo caso si debba normare il comportamento di certe aziende, specie quando arrivano vicine a possedere la Rete intera.
In buona sostanza sono per mantenere libera la Rete ma non le aziende che la fanno. Così come si è liberi di circolare per le strade ma col dovere di rispettare le norme che ne definiscono i limiti di velocità.
I miei sono sono pensieri in libertà, senza alcuna presunzione di aver trovato il bandolo del nodo gordiano che attanaglia la giovanissima Internet che deve ancora capire bene chi è e dove sta andando, in mezzo alle contraddizioni e ai paradossi che la caratterizzano.




Credo che l’hai azzeccata: “In buona sostanza sono per mantenere libera la Rete ma non le aziende che la fanno.”
Bisognerebbe riuscire a imporre protocolli aperti e liberi, in modo che non ci sia nulla di centralizzato.