
L’Italia è un paese di serie B. Ormai è risaputo.
Non è notizia da prima pagina sui quotidiani italiani, tuttavia è stato scritto abbondantemente su riviste di settore. Dobbiamo rassegnarci: è vero anche se non viene ripetuto quotidianamente. Se siete brutti, non ve lo dicono tutte le mattine! Giusto? Tuttavia rimanete brutti.
Ma non resteremo a lungo in seconda serie, tranquilli; presto passeremo in serie “C”.
Che ci azzecca questo coi numeri sul podcast?
Semplice, negli USA è un segmento che fa i numeri di uno show italiano di prima serata, mentre qui chi lavora nel settore del digitale non sa esattamente cosa sia e nella migliore delle ipotesi lo confonde con il semplice download di audio amatoriali da Internet pensando che sia un nome nuovo per qualcosa che c’è sempre stato.
Abbiamo una classe dirigente analfabeta, ma… con operatori del settore che non conoscono la grammatica.
Ora torniamo ai numeri:
in USA il numero di “ascoltatori” di contenuti distribuiti in modalità Podcast ha raggiunto i 10 milioni nel 2006.
Diventeranno 25 milioni nel 2008 e 50 milioni nel 2010.
E ora passiamo ai numeri che i nostri centri media dovrebbero conoscere:
secondo la ricerca di eMarketer, la spesa in advertising via podcast nel 2006 potebbe raggiungere 80 milioni di dollari e 300 milioni nel 2010.
si investe prevalentemente nella produzione di contenuti e pochissimo in piattaforme e in tecnologia in quanto nellamaggior parte dei casi è disponibile gratuitamente (N.d.A vedi www.youtube.com o www.audioblogger.com).
Ecco perché con Speakage abbiamo aperto un ufficio a Londra e con gande rammarico abbiamo smesso di fare marketing in Italia per dedicarci prevalentemente a produzioni estere.
Credo che per oggi non serva aggiungere altro…






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