Ricordate quando gli imprenditori avevano scoperto Internet e ognuno apriva il proprio portale? Poi offrivano “presenza” e “spazio” alle altre aziende, con piglio da neo proprietari terrieri. All’inizio, nei loro piani c’erano modelli a pagamento, poi durante i lunghi lavori di “costruzione” del portale abbassavano il tiro e col sorriso da filantropi digitali offrivano spazio gratis.
Nell’arco di pochi mesi chiunque guidasse una Mercedes, potevate starne certi, aveva appena inaugurato il suo lampeggiante e animato portale.
I grossisti di frutta si trasformavano in venditori web che dimenticavano i bancali per occuparsi a tempo pieno di quella nuova attività che li faceva sentire imprenditori di serie A. Dagli imprenditori balneari, a quelli del bianco inseguivano tutti il sogno di diventare “capi di portale”.
Oggi è chiaro per tutti quanto, note di costume a parte, aprire un portale sia semplice, economico e soprattuto inutile. E poi quella parola… “portale”. Un neologismo nato brutto e finito in disgrazia, le cui finalità auspicate originariamente, sono oggi terreno per pochi, quei pochi che però non hanno bisogno di definirsi tali in quanto il blasone delle holding che li possiedono è ben più noto dell’ignobile termine.
Ebbene, come alcuni hanno avuto occasione di constatare, oggi stanno nascendo i nuovi aspiranti “capi di teleportale”, i nuovi “EDITORI TELEVISIVI SUL WEB”.
Una piattaforma da qualche decina di migliaia di Euro, un dominio acquistato presso Tuvalù (N.d.A. Isolette tropicali che gestiscono il dominio dal suffisso .TV http://www.tv ) e il gioco è fatto. Ora, pensano, si tratterà solo “offrire” gratuitamente spazio per nuovi programmi a chi ne ha bisogno.
“Sai, ho una TV sul web, se vuoi ti do lo spazio per un programma. Non hai un programma? Fa niente, prendi la tua webcam e via! Oppure se hai qualcosa di tuo, voilà! Domattina, grazie a noi è in onda!” … “Ma quale podcasting e vodcasting? Vuoi mettere la faccia del barista quando dirò di avere una Televisione!”.
Oggi si vedono TV presentate come se fossero le nuove Mediaset; come se non esistessero i modelli Youtube, Google Video o current.tv; come se i contenuti generati dagli utenti non avessero altra piattaforma su cui stare; come se la maggior parte di questi avessero una qualità degna di catturare l’attenzione già molto provata dei cittadini digitali di metà 2006.
Lo sboom del 2001 ha insegnato ai neo editori che non si doveva scegliere il web solo perché era meno costoso della carta; che gli investimenti dovevano essere fatti su basi ben più solide del solo sogno di diventare editori a basso costo; e soprattuto che non ci si poteva improvvisare.
A cinque anni di distanza, siamo nel centro di una nuova rivoluzione, e proprio come allora ho il presentimento che non sia cambiato nulla, perché ogni volta che passo da una conferenza c’è sempre qualcuno che presenta la sua nuova TV.
TV in ogni modo e modalità. Nell’era del podcasting e del my-time si vedono invece nascere TV generaliste di flusso, rigorosamente sul web. Si risentono definizioni che hanno il sapore di qualche anno fa: “la prima televisione generalista sul web” o “la prima IP-TV generotematica”, e altre definizioni esotiche simili.
A complicare le cose c’è invece la vera rivoluzione in atto, che per chi ne capisce poco, legittima la nascita di queste accozzaglie televisive e stimola il mercato a investire su di loro. Dico complicare perché prima che gli attori del settore, dai centri media alle agenzie di pubblicità; e gli investitori si renderanno conto che non è lì la rivoluzione, avremo fatto in tempo a vedere crollare tutto un’altra volta.
La rivoluzione digitale si sente quando inaspettatamente -per loro- consiglio a un’azienda di non spendere un Euro nelle piattaforme e nei processi di distribuzione dei loro contenuti video. Suggerisco invece di usare Youtube sia per la conversione del formato in Flash video, sia come piattaforma di hosting. All’obiezione sul branding di Youtube sui loro video, rispondo che comunque se vogliono che la gente li veda, la vetrina è Youtube, è li che faranno i grandi numeri, ed è li che campeggerà il logo Youtube.
La rivoluzione si sente quando senza doverci pensare, so che un sistema automatico (N.d.A il Podcasting) si occupa di trasferire sul mio PC e sul mio iPod (o telefonino) le ultime puntate dei contenuti video che m’interessano.
Quando quindi posso fruire di quel che voglio, quando voglio, dove voglio e sul device che voglio.
La rivoluzione si sente quando, stante quanto sopra, ci si interroga su quali contenuti, per quali tempi, per quali luoghi e per quali devices.
Per sentire la rivoluzione in Italia però sembra che si debba passare per questi vicoli Italiani, quelli dei neo editori che grazie al fascino del loro nuovo medium coltivano l’inconfessabile speranza di essere un giorno intercettati anche loro per gli stessi reati contestati al Principe.




A fine marzo scrissi il post 




Celentano, 


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